martedì 26 luglio 2011

Racconti gay porno gratis: Ebano e avorio

Alla fine era successo!. Anche nella nostra scuola era arrivato un ragazzo di colore. Si chiama Tomas ed è il figlio di un addetto commerciale della ambasciata di un importante paese africano. Ci è stato presentato dall’insegnante di inglese e si è avviato al suo posto, nel banco dietro di me. Lo abbiamo guardato tutti senza parlare, ammirati dall’incedere regale ma non arrogante, accompagnato dal fluire maturale dei muscoli del corpo slanciato e robusto ma non grasso e appesantito. Sembrava di osservare una pantera che, con incedere elegante, prendeva posto nella giungla. Credo che tutti, con vari motivi, siamo stati colpiti.
Durante le prime settimane abbiamo cominciato a conoscerlo e a farci conoscere da lui. Tomas non è un ragazzo arrogante, ma è curioso della vita e della realtà che lo circonda, dotato di un suo senso dell’umorismo, è stato alla fine accolto senza problemi nella nostra comunità di ragazzi appartenenti all’ultima classe del liceo in un collegio religioso, forgiata da un lungo percorso scolastico comune.


Nei primi tempi Tomas è stato oggetto di inviti da parte di tutti i ragazzi della classe. Poi questo interesse, se vogliamo un po’ morboso, è scemato ed ha lasciato spazio ad una frequentazione normale. Ognuno di noi è tornato alle proprie abitudini e alle proprie compagnie e Tomas si è allontanato dal centro del palcoscenico, dove la nostra curiosità l’aveva posto, e si è ricavato un suo spazio un po’ nell’ombra.
Anch’io lo avevo invitato una sera a cena a casa dei miei ed ero comunque rimasto affascinato ad ascoltarlo raccontare di posti lontani, di paesaggi di sogno, ma anche di una realtà sociale dura e difficile che cerca di trovare un suo spazio di progresso senza rinnegare le origini. Dovevo essergli sembrato molto attento perché, al momento del commiato, dopo aver salutato la mia famiglia per l’ospitalità, mentre lo stavo accompagnando giù delle scale mi disse “Sai Marco ho molto apprezzato l’attenzione che hai dedicato a me e alle mie parole” e così dicendo mi ha fissato con i suoi occhi neri, profondi e intensi come un “black diamond”.


La vita della scuola continuò con il suo ritmo fatto di giornate sempre uguali, dalle 8,30 del mattino fino alle 16,00 del pomeriggio, con spazi per lo studio individuale e lo sport. Poi tutti a casa a studiare ancora. Il sabato pomeriggio ci si vedeva in centro per qualche vasca, un film, una pizza e cazzeggio libero, poi la domenica si riprendeva a studiare e quindi dal lunedì via di nuovo.
In questo contesto, Tomas era riuscito a trovare spazio nella squadra di pallavolo della classe: era uno schiacciatore naturale, dotato come non pochi di una elevazione che assomigliava più ad un balzo felino che al gesto di un uomo. Io ero l’alzatore in seconda e spesso capitò che l’insegnante di educazione fisica, ci inserisse nella stessa linea. Imparammo a conoscerci di più come giocatori, e questo significa conoscerci anche come uomini, nel senso delle qualità umane che ognuno di noi possedeva e che doveva tirar fuori nel corso dell’agone sportivo.


Fu in queste occasioni che la presenza di Tomas cominciò a turbarmi. Non che lui facesse niente di particolare, anzi adesso cercava di non esporsi troppo alla luce dei riflettori, il turbamento nasceva dopo, quando andavamo a farci la doccia dopo l’allenamento. Non mi era mai successo prima con gli altri compagni, e devo ammettere che ce n’erano alcuni veramente ben fatti, di sentirmi attratto dal guardare il corpo di un mio coetaneo con ammirazione e (forse) desiderio. L’armoniosità delle proporzioni delle varie parti, del suo corpo, la delicatezza della pelle che si intuiva da come l’acqua scivolava via da essa, i muscoli torniti ma non in modo sfacciato, rendevano Tomas un bellissimo esemplare di maschio. Ma la cosa che più mi affascinava guardare, e quindi mi turbava, era il suo uccello, mi sembrava che la sua cappella rosea fosse un fiore che sboccia nel deserto, il suo lungo bastone nero innervato di tante venuzze sembrava dire “prendimi, assapora la consistenza della mia carne, senti come le tue carezze lo fanno crescere nelle tue mani”. A quel punto dovevo sempre distogliere lo sguardo perché non volevo manifestare esplicitamente a tutti una erezione che sentivo iniziare nel basso ventre.


Cominciò un periodo dove questi momenti diventavano una ossessione. Li temevo per quello che pensavo volessero significare (stavo diventando gay?), ma al tempo stesso non vedevo l’ora che si ripresentassero per suscitarmi nuovamente le piacevoli sensazioni che avevo imparato ad amare. Mi resi conto che forse non era il problema di essere gay o meno, ma che Tomas era un bellissimo esemplare di uomo e che non poteva essere sconveniente ammirarlo. Questo era però un ragionamento che facevo a voce alta, nel profondo della mia anima sentivo che qualcosa di diverso si stava insinuando. Un giorno, sotto la doccia, dovetti rimanere più a lungo a guardare Tomas, perché Fabio mi apostrofò “Marco cosa fai? Stai guardando da mezz’ora il cazzo di Tomas!” Tutto lo spogliatoio si mise a ridere e anch’io feci lo stesso. Quando si fu calmata la risata risposi ad alta voce
“E come cazzo si fa a non ammirare una pantera così elegante!” Non so come mi venne l’esempio ma il rumorio di apprezzamento che venne dai ragazzi mi disse che evidentemente avevo toccato un nervo scoperto di molti se non di tutti. La bellezza marmorea di Tomas non era sfuggita a nessuno, io ero stato solo l’unico che finora l’aveva esplicitato. Mentre ci rivestivamo nello spogliatoio e mi stavo allacciando le scarpe, Tomas, che si trovava alla mia sinistra, approfittò del fatto che il compagno che mi affiancava a destra si allontanò a prendere il borsone in fondo allo spogliatoio e mi disse “Fabio mi ha fatto arrossire di vergogna, però quello che hai detto mi ha fatto piacere e mi ha fatto diventare tutto rosso!” Scherzando risposi “Ma io non ho visto niente!” “Per forza sono nero!”. Ci sorridemmo guardandoci e mi sembrò che i suoi splendidi occhi neri mi trasmettessero un messaggio nascosto che non riuscivo ad individuare.


Qualche tempo dopo questo episodio in palestra, la nostra classe fu selezionata per partecipare ad un mini torneo di volley per beneficenza. Dovevamo recarci in Emilia Romagna, dove si teneva questa iniziativa, avremmo viaggiato in autobus, perdendo le lezioni del sabato (ci fu un boato fra i dodici selezionati, una delusione clamorosa nei tredici esclusi) e giocando sabato sera e domenica nel primo pomeriggio, poi il rientro a casa. Il viaggio durò più a lungo del previsto e dovemmo andare direttamente al palazzetto dello sport. A posteriori dico che fu una fortuna che fosse successo così, perché se fossimo passati prima nell’alberghetto dove avremmo dormito, forse non avrei avuto in gara la stessa serenità. Invece la stanchezza del viaggio ed il desiderio di sgranchirci i muscoli funsero da catalizzatore per tutti noi che giocammo una grandissima partita. In soli tre set chiudemmo l’incontro vincenti e potemmo così andare a cena contenti. Il professore ci spiegò il programma per l’indomani: sveglia alle dieci, colazione e breve giro a visitare il centro. Pranzo veloce e leggero, quindi, fare le valigie e via alla partita e quindi a casa.
Arrivati in albergo il professore ci elenca le disposizioni nelle camere e io e Tomas finiamo nella stessa. Mi prende una stretta allo stomaco. Fabio commenta “Così Marco può vedere da vicino la sua pantera!” “Sei solo invidioso perché magari io riesco a catturarla e tu no!” gli rispondo impulsivamente. Vedo Tomas che si gira abbassando la testa e tutti avvertono che le parole di Fabio e la mia risposta lo hanno offeso. Ci avviamo così un po’ mortificati alle stanze . Quando siamo dentro alla nostra, chiudo la porta e dico “Tomas, scusami davvero. Non volevo assolutamente ferirti, volevo solo far star zitto quello stronzo di Fabio!” Si gira a guardarmi con i suoi grandi occhini neri “Ti credo. Tu non sei stronzo. Sei dolce e sensibile.” La stretta allo stomaco mi riprende perché avverto che Tomas sta cercando di creare un canale di comunicazione tra di noi che non trasporti solo le solite cose che si dicono compagni di scuola e di squadra, ma qualcosa di più. Cosa?
Tomas si porta di fianco al suo letto, sistema le sue cose e poi, con una lentezza che mi fa bruciare, comincia a spogliarsi.

Lo fa con grazia, sembra quasi che stia improvvisando uno spogliarello, o per lo meno questo è ciò che io spero avvenga perché desidero veramente vederlo. Si gira verso di me “Marco, tu non ti spogli?” “Sì lo faccio subito” Comincia così uno strano gioco, con entrambi che ci spogliamo, ognuno a fianco del proprio letto, ma entrambi con lo sguardo fisso sull’altro, per quanto mi riguarda sicuramente per godermi appieno la vista del suo corpo. Siamo a torso nudo, ammiro le forme aggraziate dei suoi muscoli, i pettorali scolpiti, vorrei accarezzarli e, siccome comincio ad avvertire anche il suo odore, un odore molto diverso dal mio, apprezzare il contatto della loro pelle sulle mie labbra. Tolgo i pantaloni e il mio sguardo lascia perdere tutto il resto e si concentra lì, dove si nasconde la mia ossessione. Tomas rallenta un attimo la sua svestizione, emozionato mi accorgo ora che anche il suo sguardo è fermo sulla mia patta. Mi sento infiammare, quasi che la sua fosse un’occhiata di fuoco. La consapevolezza di essere oggetto di sguardi concupiscenti, cambia il mio atteggiamento. Ora non sto solo guardando e provando piacere nel guardare, ma mi sento “oggetto”, mi piace e mi fa sentire ancora di più “strano”. Sono un ragazzo normale, non sono alto (circa un metro e settanta), castano, viso regolare, capello corto, non sono brutto ma nemmeno un adone, quello che mi colpisce è essere guardato come una donna viene guardata. Mi scorre nella mente l’immagine della caccia nella foresta, di una pantera che insegue la sua preda a grandi e slanciate falcate e poi con un balzo aggraziato la fa sua. Mi sento per un attimo preda, e un brivido mi percorre la schiena, ma non è del tutto spiacevole. L’idea di abbandonarsi senza lottare tra le braccia di una persona bella, mi sembra in questo momento piacevole e accarezzevole. Poi la vista di Tomas che si sfila le mutande scatenano nella mente un’altra istantanea altrettanto inimmaginabile e altrettanto piacevole: io predatore.


Rimaniamo un attimo fermi, nudi e in piedi, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Il suo uccello è per me un punto di attrazione, come il mio penso per lui. E’ Tomas che si muove per primo e mi viene vicino.Il suo viso è a pochi centimetri dal mio e la sua voce suadente mi colpisce come una frustata di piacere :”Non volevi catturare la pantera?”. Non riesco più a trattenermi e come in un film vedo la mia mano allungarsi e impadronirsi del suo cazzo, il contrasto tra la pelle chiara della mia mano e il manto nero del suo superbo uccello mi fanno arrapare, ma credo di scoppiare quando la sua mano, nera come l’ebano, afferra il mio cazzo, pallido come una zanna d’avorio! Mi torna alla mente la canzone di Paul McCartney e Steve Wonder “Ebony and Ivory”. Dico a Tomas “Siamo come l’ebano e l’avorio, siamo ebony and ivory” “Ma l’ebano e l’avorio possono fondersi e dar luogo ad opere d’arte sublimi!”. Chiudo gli occhi e mi avvicino ancora di più al suo viso schiudendo le labbra. La sua mano sinistra mi prende la nuca e, accarezzandomi il lobo dell’orecchio, mi spinge a baciarlo. Sento la sua lingua frugare incuriosita la mia cavità orale. Non è male, forse è un po’ rigida. Capisco che la tensione ci sta privando di qualche stilla di piacere, e rilascio i miei muscoli, rispondendo al suo bacio con passione e languore.
Il suo viso si discosta, la sua lingua titilla il lobo dell’orecchio, poi scende a lasciare una striscia umida di piacere sulla mia pelle. Lascio la testa andare all’indietro e assaporo tutte le sensazioni che affollano il mio cervello come macchine impazzite nell’ora di punta. Sento la mia mano accarezzare e far proprio il suo uccello che tanto ho desiderato fare mio. Per quanto abbia potuto immagine la bellezza di questo gesto il piacere che esso mi sta dando non ha uguali e le mie fantasie non hanno neanche lontanamente sfiorato la realtà. Tomas intanto è una pantera lanciata a far propria la sua preda mi spinge sul letto, si stende sopra di me ma come voler fare un 69 e si lancia famelico sul mio uccello. Lo lecca, lo percorre con la lingua in lungo e in largo, ingoia la cappella e la lecca, poi la rilascia e la riprende, ingoia fino alla base il mio uccello e lo risputa lucido di saliva e duro come il marmo o meglio l’avorio. Le sue mani fameliche accarezzano con intensità le mie natiche, poi le allargano e lasciano che la sua bocca si lanci a leccare tutto il mio solco procurandomi un brivido intenso e profondo. La lingua indugia sul buchino, accompagna il bordo e umidifica le pieghe della pelle, poi risale fino alla base delle palle e ritorna poi ancora più vorace sul mio buchino provando a forzarlo. Avverto la tensione e il desiderio parossistico di Tomas e sono travolto anch’io da un lato dal desiderio naturale di godere appieno del suo magnifico corpo possedendolo come lui fa con il mio, dall’altro nasce anche la voglia di lasciarsi abbandonare ad un desiderio che si avverte prorompente. Lascio allora che la mia bocca si avvicini al cazzo di Tomas, oggetto dei miei sguardi fugaci. Ora è di fronte a me eretto e slanciato: un bastone di carne nera sormontata da una cappella rosa intenso.


Lo lecco con circospezione, il suo odore acre, per niente simile al mio mi rende titubante, ma assaggiare la morbida setosità della sua pelle mi cancella ogni remora e scatena la mia libidine di possesso. Afferrò l’asta e me la porto completamente in bocca leccando ogni centimetro quadrato, ogni piega, ogni venuzza. Lucido mi appare davanti agli occhi e lo riprendo in bocca, superando un primo conato di vomito, respiro con il naso e lo ingoio fino alla base. Il naso mi finisce nel mezzo del suo solco e l’odore che percepisco agisce da catalizzatore afrodisiaco: mi fa lasciare il bastone lucido e rigido e mi incita ad assaporare ora il suo buco che prendo a leccare con frenesia. Tomas intanto sta sostituendo la lingua che a lungo ha cercato di forzare l’anello dello sfintere con un dito umido di saliva. Il dito con forza prende a massaggiare la pelle piegata intorno al mio buchino fino a farla distendere. Prova poi a forzare l’apertura e riceve un primo no dai riflessi dei miei muscoli. Si ritrae ma poi pazientemente riprova e poi riprova finché i miei muscoli stremati non gli permettono di inserire la prima falange. Ora l’anello si stringe intorno al dito quasi a promettergli “di qua non passi”, ma il dito non si arrende e comincia un massaggio circolare ad allentare la tensione dei muscoli e a distendere la pelle. Sono attraversato da fitte di piacere e di sensazioni diverse che da tutte le parti del corpo affluiscono al cervello che sembra impazzito e incapace di regolare questo traffico scariche nervose che gli arrivano dalle mani, dalla lingua, la bocca, tutta la pelle, il cazzo e il culo. Da una parte il lento massaggio del dito di Tomas mi sta illanguidendo e mi lascia una sensazione di mancanza quando si allontana per inumidirlo, dall’altro desidero sempre di più assaporare tutta la carne del mio amico e di possederla. Comincio anch’io a sostituire la lingua, che ritorna al suo bastone di carne preferito, con il mio dito inumidito. Sembriamo due corridori simmetrici allo specchio, Tomas di qualche centimetro più avanti di me ma tutti e due lanciati a percorrere le stesse strade del piacere e del sesso.
Ormai il dito di Tomas si è impadronito del mio buco e la faceva da padrone nel mio retto accarezzando le pareti e umidificandole con la saliva di cui si rifornisce copiosamente. Il movimento circolare mi illanguidisce, ora fermo la mia ricerca di Tomas ma lascio che queste sensazioni nuove, inebrianti e sconosciute si impadroniscano di me e si scolpiscano nella pietra del mio cervello per accompagnarmi come un bellissimo ricordo da non perdere mai.


Un leggero mugolio mi sfugge dalle labbra e Tomas con un balzo si sposta, poi accompagnandomi con il dito mi fa mettere a carponi sul letto. Ora anche l’altra mano allarga la natica e il buchino mentre il dito rimane lì vigile all’ingresso quasi a favorire l’arrivo di un ospite temuto e desiderato. Ora che il dito è uscito il lungo massaggio mi ha lasciato un senso di vuoto che voglio colmare ma che forse inconsciamente temo di riempire. Quando la cappella del cazzo di Tomas si fa strada nel mio retto attraversando lo stretto anello sfinterico all’ingresso, mi scappa un “ahi !”. Tomas si ferma e mi accarezza la natica e il fondo della schiena con dolcezza e con forza. Questo gesto mi tranquillizza e mi rasserena: sono nelle mani di un ragazzo dolce e sensibile che sta cercando di farmi meno male possibile. Intuisco più che vedere che cerca di lubrificare copiosamente di saliva il suo membro, avanza lentamente, centimetro dopo centimetro, lasciando che i tessuti forzati si abituino al nuovo ospite, lo avvolgano con il loro umido tepore e ne assaporino i contorni. Quando la sua corsa termina gli esce un sospiro di piacere e si sofferma a lungo ad assaporare le sensazioni che la penetrazione anale gli procura. Io mi sento sfinito dalla tensione che ha accompagnato il lento percorso di donazione dei miei intestini a Tomas. Ora sono lì che assaporo con le contrazioni dei muscoli e dei tessuti intestinali il cazzo che mi sta possedendo. Quell’uccello che avevo bramato guardare e poi stringere nelle mie mani, ora lo assaporo con le mie intimità più profonde, lo stringo con le contrazioni dei miei muscoli, ne avverto le venuzze e le nodosità, il giro del glande, la pienezza e la consistenza. Improvvisamente Tomas si ritirò togliendo metà dell’uccello dalla tana che si era conquistato e mi sentii sconvolgere da un misto di sensazioni contrastanti: il sollievo dei tessuti che si ricomponevano dopo essere stati forzati e la sensazione di un vuoto di cui non avevo coscienza e che ora diventa mancanza, mancanza che vuole essere colmata. Lo sento che spinge nuovamente e questa volta cerchiamo di trovare una sincronia tra il movimento di ingresso e le mie contrazioni. Quando la sintonia non ci riesce una fitta di dolore attraversa le mie terminazioni nervose e scatta inconsapevole una contrazione a fermare il movimento di Tomas, quando invece ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda è piacevole accorgersi di condividere con un'altra persona il proprio corpo e le proprie sensazioni. Affiniamo la ritmica dei nostri movimenti e godiamo ora di una nuova sensazione almeno da parte mia: donare il proprio corpo e la propria intimità ad un altro essere nel modo più profondo che possa esistere. Non mi sento sminuito ma anzi mi sembra di essere arricchito, pieno in tutti i sensi. Mi sento afferrare l’uccello dalle mani di Tomas che lo stringono alla base. Ora comincio a muovermi decisamente anch’io. Cerco il piacere che la sega che mi sta tirando Tomas ma cerco anche di farmi riempire dal suo cazzo. Comincio a sospirare per sottolineare il piacere che sto assaporando e anche il respiro di Tomas diventa più affannoso, il ritmo cresce e il va e vieni dentro il mio retto diventa sempre più profondo e intenso. Nel momento di massima penetrazione colgo il movimento delle palle che sbattono sulle mie gambe e sui miei coglioni, mi sembra che i miei tessuti non possano resistere alle sollecitazioni intense ancora di più, e sbotto in una richiesta che è quasi una implorazione “Dai Tomas, dai sbattimi” Schizzo di sborra una, due, tre volte mentre la sua verga, ormai dura come il cemento, mi squassava ad ogni colpo fino a che non sentii un “ahhhh!” liberatorio e il mio canale venne inondato dal suo liquido caldo e cremoso.


Il movimento incessante rallentò fino a fermarsi. Ci lasciammo andare sul letto ansanti e con la mente attanagliata dal ricordo di un’ orgasmo squassante e indimenticabile. Dopo qualche minuto il respiro si regolarizzò e Tomas accarezzandomi mi disse sorridendo “La pantera ha catturato il cacciatore!” “Ma la caccia non è ancora finita!” risposi avvicinando la mia bocca alla sua e baciandolo con intensità. Le nostre lingue, prima timidamente poi in maniera decisa, si toccarono e cominciarono una lenta ricognizione delle nostre cavità orali. Non osavo pensare alla morale ma mi concentravo unicamente sul piacere della sua pelle e ora sentivo il mio desiderio crescere: il mio cazzo voleva la sua parte ed ero di nuovo ritornato . . . cacciatore! Strinsi a me Tomas che avvertì la mia pulsione e si abbandonò dolcemente tra le mie braccia lasciando che le mie mani percorressero tutta la sua pelle di seta nera.
La sua pelle dolce mi mandava calde sensazioni e sentivo la mia voglia crescere. Misi Tomas a carponi e mi collocai alle sue spalle. Succhiai a lungo la rosellina del suo culo fino a che la lingua non cominciò a penetrarla costantemente, poi ripresi il massaggio preparatore con il dito inumidito dalla saliva, prima con un lento movimento circolare fino a che le pieghe della pelle non si distesero e si resero pronte alla penetrazione del mio dito. Bramavo introdurmi in lui, fare propria la sua intimità, donargli le stesse sensazioni che lui mi aveva regalato pochi minuti prima. Ora il mio dito era tutto dentro e massaggiava l’interno del suo retto sentendo che i tessuti cedevano sempre di più ad ogni passaggio e si rendevano disponibili ad una esplorazione più profonda.
Tomas emise un mugolio di piacere e allora dopo aver allargato ancora un po’ il suo anello sfinterico, mi posizionai con la punta contro il suo buco, inumidii ancora una volta l’asta e spinsi. Avvertii la sua tensione ed il suo “Ahi!” di prammatica, mi fermai con la punta dell’uccello dentro il suo culo. Continuai a insalivare la mia asta e rimasi colpito dal contrasto del colore della pelle del mio cazzo con la pelle delle sue natiche e del suo solco. Credevo di non riuscire a controllarmi e di fiondarmi come un ossesso nelle sue profondità e spinsi ancora. Anche questa volta cominciò il balletto che portò i nostri desideri a prendere il ritmo e la sincronia dei movimenti.

Continuammo così fino a che il mio cazzo non sparì completamente nel suo culo. Mi fermai e assaporai, adesso dall’altra parte, la sensazione di possesso, strinsi a me i fianchi di Tomas mentre lentamente qualche goccia del suo sperma lentamente scivolava fuori dal mio buco violato. Mi ritrassi fino a metà uccello e aspettai. Anche Tomas sentì il senso di vuoto che mi aveva colpito, solo che fu lui questa volta a riprendersi il mio cazzo nel suo retto con un movimento improvviso. Attesi un attimo e cominciai ad andare su e giù cercando di raggiungere in fretta la bella sintonia di movimenti che avevamo conquistato pochi minuti prima. Tomas era un animale nato per l’amore e il senso del ritmo faceva parte del suo patrimonio genetico, per cui trovammo la sintonia.La mia mano destra afferrò il suo uccello alla base e iniziò a seguire il ritmo della penetrazione. Stantuffavo con colpi lenti e profondi e avvertivo Tomas mugolare di piacere passivo ogni volta che le mie palle sbattevano contro le sue gambe al termine della mia corsa verso le sue intimità più profonde.
Il mio cazzo sembrava un vulcano sul punto di scoppiare e quando Tomas implorò “Dai, dai, daiiii!” lasciai che l’orgasmo mi travolgesse e riempii della mia sborra calda il suo condotto. Ancora scossi dal piacere che ci eravamo dati reciprocamente lasciammo che i tessuti si ricomponessero. Non potei fare a meno di dire “Ora il cacciatore ha catturato la pantera!”. Sentii in quel momento il mio cazzo che si stava afflosciando che veniva stretto in una morsa dal retto del mio amico, allora Tomas girò la testa verso di me e guardandomi con un sorriso malizioso mi rispose “No, la pantera ha preso ancora il suo cacciatore”.

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